Novembre – L'arte di ascoltarsi

Quando il corpo sussurra, impariamo a non aspettare che gridi.

Novembre...

Le giornate si accorciano, la luce cambia, la natura sembra rallentare. Gli alberi si alleggeriscono delle ultime foglie, la terra si prepara al riposo e tutto, intorno a noi, sembra suggerire un movimento verso l'interno.

E noi?

Noi spesso continuiamo a correre.

Corriamo dietro agli impegni, alle responsabilità, alle aspettative. Riempiamo le nostre giornate di cose da fare, di pensieri, di parole, di rumori.

E in mezzo a tutto questo movimento rischiamo di perdere qualcosa di prezioso: la capacità di ascoltarci.

Sentire non significa ascoltare

Il nostro corpo ci parla continuamente.

Lo fa attraverso il respiro, la postura, la tensione delle spalle, la stanchezza, il bisogno di muoverci oppure di fermarci.

A volte ci parla attraverso una sensazione piacevole, altre volte attraverso un disagio.

Ma quante volte gli prestiamo davvero attenzione?

Spesso ci accorgiamo del corpo soltanto quando qualcosa non funziona come vorremmo. Quando un movimento diventa difficile, quando compare un dolore, quando la stanchezza è ormai impossibile da ignorare.

Eppure, prima di arrivare a quel punto, ci sono spesso piccoli segnali che meritano attenzione.

Ascoltarsi significa imparare a riconoscerli, senza paura e senza giudizio.

Non significa assecondare ogni sensazione o rinunciare a mettersi alla prova. Significa sviluppare quella sensibilità che ci permette di distinguere uno sforzo utile da uno eccessivo, un limite da rispettare da un'abitudine che possiamo gradualmente trasformare.

Lo Yoga ci insegna a rivolgere lo sguardo all'interno

Nella filosofia dello Yoga esiste un concetto molto bello: Pratyahara.

È il quinto degli otto passi descritti da Patañjali negli Yoga Sutra e viene comunemente tradotto come ritiro dei sensi.

Ma non dobbiamo immaginarlo come un isolamento dal mondo.

Pratyahara è piuttosto la possibilità di non essere continuamente trascinati da ciò che accade fuori di noi.

È imparare, anche solo per qualche istante, a spostare l'attenzione dai rumori esterni alla nostra esperienza interiore.

Pensiamo a quando, durante una pratica Yoga, chiudiamo gli occhi e portiamo l'attenzione al respiro.

Il mondo non scompare.

I rumori continuano a esserci, i pensieri arrivano, le sensazioni cambiano.

Semplicemente, scegliamo di non inseguire tutto.

Ci concediamo lo spazio per ascoltare.

E in quello spazio possiamo cominciare a incontrare noi stessi.

Il corpo non è un avversario da vincere

C'è un aspetto dell'insegnamento che considero particolarmente importante.

Quando pratichiamo Yoga, Pilates o qualsiasi altra attività fisica, è facile cadere nella tentazione del confronto.

Con chi ci sta accanto. Con un'immagine ideale. Oppure, più spesso, con ciò che eravamo capaci di fare qualche anno fa.

«Una volta riuscivo a farlo.»

«Dovrei essere più elastica.»

«Non sono abbastanza forte.»

Ma il nostro corpo non è un oggetto immutabile.

Cambia con gli anni, con le esperienze, con le stagioni della vita. Cambia persino da un giorno all'altro.

E allora, invece di chiedergli continuamente di dimostrare qualcosa, perché non proviamo a domandargli di cosa ha bisogno?

Una posizione Yoga non è più bella perché è più difficile.

Un movimento non è necessariamente migliore perché è più ampio.

Una pratica non vale di più perché ci ha lasciati esausti.

La qualità del movimento nasce anche dalla qualità dell'attenzione che gli dedichiamo.

E questo vale sul tappetino, durante una camminata, ma anche mentre saliamo le scale, lavoriamo, cuciniamo o semplicemente ci sediamo a riposare.

Svadhyaya: imparare a conoscersi

Un altro insegnamento prezioso della tradizione yogica è Svadhyaya, uno dei cinque Niyama.

Il termine viene generalmente tradotto come studio di sé e, nella sua accezione tradizionale, comprende anche lo studio e la contemplazione degli insegnamenti spirituali.

Nella nostra vita quotidiana possiamo avvicinarci a questo principio attraverso un atteggiamento di osservazione sincera.

Come reagisco quando qualcosa non va come desidero?

Come mi parlo quando commetto un errore?

Riesco a riconoscere quando sono stanca?

So concedermi una pausa senza sentirmi in colpa?

Sono domande semplici, ma non sempre le risposte lo sono.

Perché ascoltarsi richiede anche il coraggio di accogliere ciò che scopriamo.

Magari ci accorgiamo di essere più fragili di quanto vorremmo. Oppure più forti di quanto credessimo.

Magari scopriamo che abbiamo bisogno di cambiare qualcosa.

E va bene così.

Conoscersi non significa trovare una versione perfetta di sé. Significa imparare ad abitare con maggiore consapevolezza la persona che siamo, oggi.

Un piccolo esercizio per novembre

Vorrei proporti una pratica semplicissima, da sperimentare ogni giorno.

Non servono tappetino, abbigliamento particolare o molto tempo.

Bastano tre minuti.

Siediti comodamente, con i piedi appoggiati a terra e la schiena libera di allungarsi.

Se ti senti a tuo agio, chiudi gli occhi.

Per qualche istante, non cercare di cambiare nulla.

Osserva il tuo respiro così com'è.

Poi porta l'attenzione al corpo.

Come stanno le tue spalle? La mandibola è rilassata? Il respiro è libero? Ci sono zone che chiedono movimento o riposo?

Non devi correggere immediatamente ciò che senti.

Limitati ad ascoltare.

Infine, chiediti:

«Di che cosa ho davvero bisogno, in questo momento?»

Forse di muoverti.

Forse di riposare.

Forse di fare una cosa alla volta.

Forse semplicemente di concederti un po' di gentilezza.

Non è necessario trovare subito una risposta.

A volte il valore di una domanda sta proprio nello spazio che apre dentro di noi.

Novembre, un invito a tornare a sé

Dopo aver dedicato spazio alla meditazione e alla lentezza, questo mese vorrei che facessimo un passo ulteriore.

Non si tratta di aggiungere un altro impegno alle nostre giornate.

Si tratta, semmai, di cambiare il modo in cui viviamo quelli che già abbiamo.

Ascoltare il corpo mentre ci muoviamo.

Ascoltare il respiro quando siamo agitati.

Ascoltare le emozioni senza doverle immediatamente spiegare o mettere a tacere.

E imparare, poco alla volta, a riconoscere la differenza tra ciò che desideriamo davvero e ciò che pensiamo di dover essere.

Perché il benessere non è soltanto qualcosa da conquistare.

È anche una relazione da coltivare, giorno dopo giorno, con noi stessi.

E forse novembre, con la sua luce più discreta e i suoi ritmi raccolti, è proprio il momento giusto per cominciare.

Non dobbiamo diventare persone diverse. Possiamo iniziare ad ascoltare, con più attenzione e gentilezza, la persona che siamo.

Respira, sorridi e sii felice.

Barbara

Sulla Via del Benessere

Stare bene… Fa bene!

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