Namasté (seconda parte)

 

Considerato come semplice gesto fisico, Namasté è in realtà carico di simbolismo.

Nell’eseguirlo, le cinque dita della mano sinistra si uniscono perfettamente alle cinque dita della mano destra.
Un incontro preciso, intenzionale.

Secondo la tradizione, le dita della mano sinistra rappresentano i cinque sensi dell’azione,
quelle della mano destra i cinque organi della conoscenza.
Quando azione e conoscenza si incontrano in armonia, come in Namasté,
pensiero e gesto tornano allineati.

Cinque dita più cinque dita: dieci.
Il numero dieci, in molte culture antiche, è simbolo di completezza, unità, perfezione.
È il numero dei comandamenti,
il numero della totalità nel sistema pitagorico,
il simbolo dell’equilibrio perfetto nella tradizione cinese.

Ma al di là dei numeri, Namasté è soprattutto un atto di presenza.

Il gesto è accompagnato dalla parola “Namasté”,
che non è solo un saluto, ma un vero e proprio mantra.
Un suono che armonizza, che riporta in risonanza con qualcosa di più grande.

Namasté è anche relazione.
È l’espressione della gioia di incontrarsi.
Un riconoscimento reciproco che apre lo spazio a una relazione armoniosa.

Unendo le mani davanti al cuore,
come una lama sottile,
tagliamo le differenze per arrivare subito a ciò che è comune.
Umano.
Universale.

Per questo, all’interno dello yoga, Namasté è già pratica.
È yoga in sé.
Non sorprende che molte attività yogiche inizino proprio da qui:
da un gesto che mette in accordo corpo, mente e spirito.

Come ricorda la tradizione:
la meditazione nasce dall’unione di mani (mudra), voce (mantra) e mente (yoga).
Namasté contiene tutte e tre.

È, in fondo, una forma di meditazione viva.
Un dialogo silenzioso dello spirito.





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